La foto di classe: fra tradizione e pandemia

L’anno scolastico sta finendo.

Ero preparata al distanziamento, ce lo hanno ricordato in ogni dove: banchi ad un metro, cattedra a due metri, niente armadietti e guai a chiedere in prestito qualcosa al compagno di classe. Con conseguente ispezione dello zaino e della sua dotazione nemmeno fossimo al servizio di leva.

Ero preparata alla mascherina: una fresca la mattina, una di ricambio nello zaino.

Ma nulla mi aveva preparato alla foto di classe.

In piena pandemia, con le scuole chiuse da tre mesi, il formato lapide, con nome scritto come nelle foto segnaletiche, sistemate per l’occasione in un fantastico collage, era andato per la maggiore.

Quest’anno no. Quest’anno la foto in presenza ha tenuto banco per tre settimane sulle chat di classe e sulla ancora più famigerata chat delle chat, la chat suprema: la chat dei rappresentanti di classe.

La presenza del fotografo a scuola aveva fatto lasciare intendere un liberi tutti: foto vicini e senza mascherina. Poi una lieve ritrattazione: vicini ma mascherina tenute abbassate il tempo di uno scatto.

Le mamme più integraliste hanno minacciato di tenere i figli a casa se quella sarebbe stata la modalità scelta.

Quindi: senza mascherina si, ma distanziati.

Il fotografo ha calcolato che con il grandangolo avrebbe garantito la presenza di tutti i bambini, ma non la loro riconoscibilità.

Qualcuno ha invocato il ritorno al collage, evocando gli annuari da film americano: sicuro e con riconoscibilità garantita.

Una maestra temeraria ha fatto “prove di foto” salendo sulla scala antincendio e sistemando i bambini come nanetti da giardino.

Infine l’utilizzo di un drone ha trasformato la foto di classe in una scena stile survivor: quando i naufraghi, individuati i soccorsi, alzano le braccia al cielo per rendersi visibili.

E quando sembrava finita, ecco spuntare il dramma degli assenti.

I quali verranno sistemati a mo’ di santino ad incorniciare i sopravvissuti, persi nel verde del giardino, mani alzate in segno di resa.

Ed eccomi lì, classe 1983, quando bastavano i gradini della scuola e un papà di buona volontà con macchina fotografica.

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