La vasca del Führer

La vasca del Führer: quale peggiore e fuorviante titolo per raccontare la vita di Elizabeth “Lee” Miller, Lady Penrose.
A dispetto del titolo il libro è un caleidoscopio che affascina e illumina la vita, come solo la vita di donne eccezionali riesce a fare.

Non possedevo una briciola della spavalderia di Elizabeth Miller, qualità rara che le nostre madri non ci avevano fornito in dotazione con il corredo.[…] Si dice che si dovrebbe scrivere solo di quel che si è sperimentato in prima persona. […] A volte l’unico modo per trovare un senso nel nostro percorso è rivolgerci alle vite che non ci appartengono: alle brutte ci saremo almeno distratti dalla nostra.

A pagina 155 ho trovato il motivo per cui vale la pena di leggere di questa donna inimitabile.

Le pagine scorrono piene di riferimenti storici, mescolati a quelli culturali. Lee Miller dalle pagine di Vogue si è liberata del ruolo passivo di modella per volare in Europa, a Parigi, per inseguire i suoi sogni. Si è poi affrancata dal ruolo di musa ispiratrice di uno dei più grandi fotografi surrealisti dei primi del novecento Man Ray, per passare dietro l’obiettivo di una macchina fotografica.

La carriera di Musa non è poi così diversa da quella di Angelo del Focolare: alla fine si tratta di prendersi cura di qualcuno e mai di sé stesse.

È diventata la moglie di un miliardario egiziano annoiandosi a morte alle feste organizzate dai ricchi al Cairo, ma realizzando foto meravigliose organizzando spedizioni turistiche nel deserto.

La seconda guerra mondiale la consacra giornalista e fotografa.

Non è facile per una ragazza nata ai primi del Novecento credere nel proprio talento galoppando contro le regole del tempo in cui vive.

Ha in mano una lettera e un visto per tornare in America, ma decide di rimanere in Europa. Si spoglia definitivamente dei panni di femme fatale e indossa la divisa dell’esercito. Realizzerà i suoi scatti più crudi. Grazie alle tecniche fotografiche surrealiste, imparate nel periodo francese utilizza un filtro inedito, onirico che predilige i particolari piuttosto che le visioni d’insieme. Realizza un reportage di guerra quasi romantico. Sarà la prima fotoreporter ad entrare nei lager nazisti di Buchenwald e Dachau dopo la liberazione.
Credetemi, è tutto vero!
Furono queste le poche parole che Lee Miller spedì nell’aprile del 1945 insieme alla busta che conteneva i rullini da inviare a Vogue America.

E arriviamo alla foto, titolo del libro. Quando profanò la vasca da bagno di Hitler, riassumendo in uno scatto il concetto di banalità del male teorizzato anni dopo da Hannah Arendt.
L’esercito assegnò a Lee Miller e al suo collega David Sherman (della rivista Life) l’alloggio di Monaco dove, solo poche settimane prima, avevano vissuto Adolf Hitler ed Eva Braun. Lee notò prima di tutto l’assoluta mediocrità degli arredi. Qui trovò il modo di regolare i conti con Hitler con un gesto sfrontato e geniale: si immerse nella sua vasca, per lavarsi di dosso tutta la polvere di Dachau, col suo odore di morte e terrore. Sul tappetino del bagno, ora non più candido, ci sono gli scarponi infangati. Sulla sedia c’è la divisa sporca. Sul bordo della vasca una foto di Hitler, costretto a guardarla. Lo scatto, realizzato da David Sherman, è ancora oggi il più grande simbolo surrealista della seconda guerra mondiale.

Lo sterminio della bellezza è l’arma preferita di ogni propaganda che si rispetti; e Lee Miller, infilandosi nuda in quella vasca, compie un personale esorcismo per scongiurare il male, una vendetta artistica contro la brutalità del potere. Chi meglio di lei, che è stata la donna più bella del mondo, può sapere che è proprio la bellezza il più ambito fra tutti i campi di battaglia? Sono passati oltre settant’anni, eppure questa fotografia scavalca il tempo e le ideologie e può ancora raccontarci qualcosa di prezioso sulla forza eversiva della libertà d’espressione“.

Tornata a casa dopo il conflitto mondiale non sarà più una donna serena. Nasconde tutta la sua vita in soffitta al riparo dagli occhi anche del suo unico figlio. Solo dopo la sua morte Antony rimette insieme i pezzi della vita di sua madre, ammettendo di non averla mai davvero conosciuta.

Per nostra fortuna il passato di Lee non è andato disperso, né tantomeno è stato bombardato come Lady Penrose amava raccontare per depistare i curiosi. Se avesse voluto davvero disfarsene lo avrebbe bruciato lei stessa nel bel camino affrescato da Roland. Chissà, forse sperava che la capsula del tempo casalinga dove l’aveva occultato lo conservasse in attesa del momento giusto per proiettare nel futuro la scossa vitale di un’altra epoca, in cui era possibile sognare in grande e coltivare libertà che oggi sembrano irraggiungibili.

Blogger e web writer. Non scrivo storie, scrivo di emozioni che tracciano un racconto. Nessun progetto dietro le quinte del blog. Scrivere non per diventare qualcuno, ma solo per essere una che le cose le scrive invece che dimenticarle.
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