Servant: la serie che usa l’horror del reale

Se c’è una cosa a cui Shyamalan ci ha abituati è che nei suoi film nulla è come appare. E anche in questo caso non si rimane delusi.

Servant è una serie etichettata horror presente sulla piattaforma Apple tv.

Di soprannaturale ha poco, davvero poco. L’incipit sicuramente: una famiglia assume una tata per accudire il loro bambino appena nato. Così la lei della coppia potrà tornare al suo lavoro: giornalista televisiva. Il lui della storia è uno chef, lavora a casa, sperimentando per inventare nuovi piatti, che propone ai ristoranti. La serie si apre su una serata piovosa in cui la tata arriva. Scopriamo che il bambino di cui deve prendersi cura è una bambola re-born [non ne parlerò qui, per maggiori info visitate il sito Bambole Reborn]. La tata si prenderà cura della bambola come se fosse un bambino vero. E la bambola, come nella favola di Pinocchio, diventa un bambino vero.

La faccenda soprannaturale finisce qua. Le puntate si susseguono mentre noi cerchiamo di capire chi o cosa e come mai la bambola ora sia un neonato in carne ed ossa.

All’inizio stiamo dalla parte del Lui della coppia, Sean. Gran parte della stagione ruota attorno ai tentativi di Sean e del fratello di Dorothy, Julian, di scoprire l’identità del bambino, cercando al tempo stesso di salvaguardare il precario equilibrio mentale ed emotivo della donna.

Piano piano scopriamo che il vero horror di questa serie è la realtà presentata.

Non vi svelerò come mai la madre non sembra accorgersi né che il suo bambino sia in realtà una bambola, né come sembra non accorgersi che abbia preso vita. Non vi svelerò come si risolve la questione, né quali siano gli avvenimenti inspegabili di questa narrazione.

Il sottotesto della serie parla della della pressione che subisce una donna che deve tornare in forma subito dopo il parto.
Della consapevolezza di rischiare di perdere il lavoro se non si torna subito disponibili e libera da ogni impegno.
Del rischio di vedere una intera carriera spazzata via solo perché si ha un desiderio di maternità, a favore di colleghe giovani e disponibili.
Salvo poi stigmatizzarla e incolparla per quello che succede al bambino.
Il padre invece,a pochi mesi dalla nascita del figlio, può accettare un lavoro lontano dalla famiglia, per una settimana, senza che nessuno lo critichi per questa sua scelta. Senza che nessuno lo incolpi dell’evento che porta alla scomparsa del bambino,

Solo la tata ribalta questo punto di vista.
Il bambino è il suo modo di risanare le ferite di una donna lasciata sola nel momento più delicato della sua vita: la nascita di un figlio.
E punisce il padre con piccoli e continui, fastidiosi incidenti.

Sono diverse ormai le giornaliste americane che hanno criticato il modo in cui la serie rappresenta il dolore di una madre che ha perso il suo bambino. In particolare, è piuttosto dura la presa di posizione di Sophie Gilbert su The Atlantic. «Questa è la vera parte più disturbante di Servant: ti spinge in ogni momento a detestare e a condannare la donna il cui bambino è morto. La serie sembra dire: guarda che spettacolo sono le visioni di quella donna. Focalizzando l’attenzione sui lineamenti immobili di plastica di Jericho. Guardate il suo narcisismo, la sua vanità, quanto sono ridicole le notizie che dà al telegiornale. Tutti i 6 produttori sono uomini e tutti i 10 episodi sono scritti da Basgallop. Non sorprende, quindi, che Servant, invece di disegnare i contorni del lutto materno, tratti Dorothy con un disinvolto disprezzo».

Non posso che dissentire con questa visione.

Ho un lavoro vero di cui non parlo mai, preferendo definirmi blogger e web writer
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