Il virus corona mi sta insegnando l’insofferenza

Ci sono arrivata. Il virus corona ha battuto anche me.

Alzarmi dal letto sembra un’impresa. Mi dico che anche se oggi mi alzerò non cambierà nulla. Che mi alzerò dal letto per passare in cucina. Poi dalla cucina passerò al lavoro, nello studio. Dallo studio di nuovo allla cucina. Poi sul divano. E infine di nuovo a letto. Nel mezzo puntatine al bagno. 
La soluzione per evitare questo trascinarmi, mi dico, è rimanere a letto. 

Fare la doccia potrebbe sembrare un risultato. Invece è il riflesso della vita precedente. Di quando mi lavavo perché mi sentivo sporca. O avevo sudato. O dovevo uscire e volevo presentarmi nel modo migliore possibile.

Mangiare un atto dovuto. Ma poi salgo sulla bilancia e maledico gli Oreo mangiati di nascosto al pc, mentre stavo lavorando.

La capacità di concentrarmi sul lavoro, qualunque cosa assomigli a quel lavoro, prende ogni goccia della mia energia. Però meno male che lavoro. Scandisce la mia giornata, ed è la motivazione per cui mi alzo.

Nel 1969 la psichiatra svizzera Elisabeth Kübler Ross, considerata una dei massimi esperti delle implicazioni psicologiche della malattia e della morte, pubblicava il libro On death and dying, considerato un classico della psicologia contemporanea. Non soltanto per le sue teorie sulla gestione emotiva del fine della vita e delle malattie personali, ma soprattutto per il modello proposto per l’elaborazione del lutto in genere. Davanti a ogni grande perdita e dolore, sosteneva la studiosa, le persone attraversano cinque fasi.

Volendo seguire questo schema dovrei quasi essere alla fine del percorso.

Nella prima fase c’è stato il momento dello shock: o mio dio, chiusi in casa come faremo? Ma da brava cittadina ho evitato di uscire. Delegando anche la spesa.

La fase della negazione quando ho voluto uscire anche solo per andare a comprare del cibo, tanto è solo una influenza un po’ più forte.

Ho provato il desiderio di ribellione quando ho cominciato ad uscire con l’autocertificazione dove alla voce ‘motivazione’ ho scritto ‘vado a fare jogging’ nonostante avessi le ciabatte ai piedi.

Nella fase di negoziazione, attraverso la ricerca di spiegazioni e soluzioni, mi sono tappata in casa, di nuovo. Se rimango a casa, se limito i miei spostamenti, se riesco a starmene zitta e buona, forse ne usciamo prima.

A quanto pare ora è il momento della depressione.

Ma attenzione. Secondo lo schema della psicologa, sono ad un passo dal quinto ed ultimo passo: l’accettazione seguita dalla speranza.
Forse succederà quando alla prossima diretta sentirò Conte dire che possiamo uscire di nuovo. Magari con qualche limitazione. Mi basterebbero piccole cose: tornare al lavoro, per esempio. Probabilmente con mille accorgimenti: lavandomi le mani spesso, disinfettandole, uscendo con la mascherina e tenendola anche alla scrivania, per precauzione. Forse questa estate non avrò la vacanza in spiaggia, per evitare ancora gli assembramenti. E lo farò. Farò tutto quello mi diranno.

Sarà un alito di libertà che mi regalerà un po’ di speranza. 
Speranza che ora mi sembra perduta.

Alisa Anton

Ho un lavoro vero di cui non parlo mai, preferendo definirmi blogger e web writer
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2 commenti su “Il virus corona mi sta insegnando l’insofferenza

  1. Ha battuto anche me, io sempre attiva mi sono ritrovata da un giorno all’altro senza voglia di far più nulla, dico sempre lo faccio domani…. vorrei ritornare indietro nel tempo.

Sono curiosa di sapere cosa ne pensi

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