Lo ammetto, l’ho comprato perché mi piaceva l’immagine scelta come copertina, e perché fra titolo e sinossi ho dedotto fosse una storia tipo Io e Dewey. Niente di più sbagliato.
Io sono un gatto è un libro che racconta del passaggio di un’epoca, visto attraverso gli occhi di un gatto senza nome, che abita in casa di un professore a cui piace filosofeggiare in compagnia di amici più o meno eruditi.
Aggiungiamo che è ambientato in Giappone, che di cultura giapponese non conosca niente, e capite perché ammetto che è stata una lettura difficile, a tratti noiosa, e anche pesante. Ogni capitolo aveva almeno una decina di note di rimando, sistemate in fondo al libro, e scritte in un carattere microscopico.
Ho imparato però che bisogna dare fiducia ai libri, agli autori e alle loro storie, e così me le sono letto tutto, fino in fondo.
Non l’avessi mai fatto…il gatto alla fine è anche morto. E a me rimane il ricordo di un libro che non ho capito.
Io sono un gatto

nooooooo!!! il gatto morto noooo!!!! non ho visto volutamente tutti i film in cui muoiono animali (tipo Hachiko..) e mi ci fanno un libro? e no!
dopo Madame ogni volta che vedo immagini (da FB spesso) di gatti coccoloni mi ritrovo a piangere, leggerci pure un libro, no grazie!
Premessa: su Hachiko non solo ho pianto, ma ho pianto a singhiozzi. Ho dovuto andare a piangere a singhiozzi in cucina per non disturbare…e anche perché mi sentivo un po’ sciocca, ma non riuscivo a fermarmi.
Poi, leggere me invece che il libro ti ha risparmiato molta sofferenza, e non solo per la morte del gatto.