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La sindrome dell’impostore applicata alla scrittura

sindrome dell'impostore

Fatemi un complimento e mi farete felice per circa trenta secondi. Questo è il tempo prima che la mia insicurezza mi sussurri all’orecchio che forse quel complimento non è proprio disinteressato. O che addirittura la sindrome dell’impostore, di cui sono certa di soffrire, non mi convinca che il complimento viene da una persona che non ha abbastanza strumenti per accorgersi che di fronte agli altri, quello che faccio, vale poco o niente.
Fatemi una critica, anche costruttiva, e sarò capace di rimuginarci sopra per giorni. La critica, anche se fatta con l’intento di migliorare, innesca un incendio in cui brucio tutto quello che di buono ho fatto fino ad allora. Metterà in discussione non solo quello che ho scritto, ma anche quello che scriverò in futuro. Di norma provoca una paralisi che può protrarsi per settimane. Mi impedirà anche di aggiornare i miei profili social, perché tutto sarà visto con la lente distorsiva della critica ricevuta. Ci ricamerò sopra. Ci piangerò un po’. E poi la userò per migliorare.
Ogni critica mi ha sempre portata ad un livello superiore. Anche solo ad un livello superiore di capacità di sbattermene leggermente, prendendo la giusta distanza dalla critica ricevuta. A volte i critici hanno ragione, ma a volte semplicemente hanno altri gusti in fatto di lettura.
Nel libro Il mestiere di scrivere Jay McInerney, raccontando che tipo di maestro era stato Raymond Carver, riporta questo aneddoto:

Un giorno, quando io lo rimproveravo per essere stato troppo buono con uno studente che secondo me stava producendo un lavoro scadente, mi raccontò una storia: di recente era stato membro della giuria di un prestigioso premio letterario. Quella che vinse con giudizio unanime e il cui lavoro ha in seguito raccolto molti consensi, si era rivelata essere una sua ex allieva, probabilmente la peggiore e meno promettente studentessa che avesse mai avuto nell’arco di vent’anni. <Cosa sarebbe successo se l’avessi scoraggiata?> mi chiese. La sua formula critica più negativa era la seguente. <Mi sa che hai fatto bene a lasciarti alle spalle questo racconto>. Secondo me, voleva dire che, per arrivare sulla cima del Parnaso, bisogna attraversare anche paesaggi desolanti.

Scrivendo ho imparato tre cose fondamentali:

  1. Quello che scrivo non può piacere a tutti. Semplicemente perché non siamo tutti uguali. Anche in fatto di letture.
  2. Ho imparato a coccolare di più le persone a cui piace quello che scrivo. Penso a loro quando sto per scegliere l’argomento del mio prossimo post.
  3. Scrivo per pubblicare. Rimuginare troppo su qualcosa di scritto non porta da nessuna parte.

Nessuno sa a priori se un post conquisterà i lettori oppure no. Per scoprirlo bisogna pubblicarlo. Come quando, in presa allo sconforto, scrissi il post Senza Organizzazione. Il post finì nella rassegna stampa di #adotta1blogger per LaStampa.
E vi assicuro che lo avevo scritto solo per sfogarmi un po’.

3 pensieri su “La sindrome dell’impostore applicata alla scrittura

  1. Ehhhh si! Forse non con gli stessi tempi, forse reagisco in tempi un po’ più brevi…ma sono esattamente così! Apprezzo le critiche e ci ragiono tanto e cerco di farne tesoro, invece spesso penso che i complimenti siano fatti tanto per fare o anche se sono sinceri che derivino da una versione distorta della realtà di chi li ha fatti ! Come facciamo?!?
    Lucia

  2. Adesso scriverò una cosa banalissima ma difficile da mettere in pratica: godiamoceli un po’ questi complimenti. E ogni tanto facciamoceli anche da sole. [ci sentiamo alla prossima crisi]

Sono curiosa di sapere cosa ne pensi