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I social media e il ruolo del moderatore nei gruppi Facebook

Quando mi hanno chiesto di diventare moderatrice del gruppo #socialgnock non posso negare di aver preso in considerazione la possibilità di rifiutare.
Un gruppo già ben avviato, con più di 4mila iscritte, tutte donne. Un mix esplosivo.
Ma.

Dopo qualche ripensamento, durato giusto una decina di battute su Messenger, sono arrivata alla conclusione che volevo farlo.

Seria e pacata, preparata ed adorabile. Questi i commenti alla mia candidatura [si ragazze, sono andata a sbirciare].

Nonostante le qualità riconosciute attraverso la mia presenza nel gruppo e la mia attività online, ho deciso di darmi qualche direttiva da sola:

  • Ho deciso che non voglio fare la vigilessa. Non devo dirigere il traffico, né dare sanzioni. Voglio essere quella che crede nelle regole e nella filosofia del gruppo e cerca di trasmetterlo alle altre.
  • Tutto quello che so lo metto a disposizione del gruppo.
  • Ringrazio per quello che non so e che le altre hanno deciso di mettere a disposizione di tutte.
  • Leggo tutto quello che viene pubblicato e cancello solo se davvero fuori luogo.
  • In fondo: so scrivere. Sono capace di tradurre in parole scritte le sensazioni, le emozioni, i cazziatoni e le pacche sulle spalle. Però, per non sbagliare, mi sono appuntata questo proverbio arabo, può sempre tornare utile:
Ogni parola, prima di essere pronunciata, dovrebbe passare attraverso tre porte:
sull’arco della prima porta dovrebbe esserci scritto “è vero?”;
sulla seconda campeggiare la seconda domanda “è necessario?”;
sulla terza essere scolpita l’ultima richiesta “è gentile?”.
Una parola giusta può superare le tre barriere e raggiungere il destinatario con il suo significato grande o piccolo.

Alla mia prima esperienza come moderatore di un gruppo Facebook credo di aver scelto il gruppo migliore dove iniziare.

Questo post è stato ispirato da Gioia Gottini e dal suo #fabruary, ossia l’unione di #fab [favoloso]+ february.

“Non congratularsi per il proprio successo, non festeggiarlo, significa darlo per scontato: non si fa. Perché il successo non è un caso: è un raccogliere i frutti di un lavoro fatto negli anni.”

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