Apocalisse Z[ombie]

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Merda. Li vedo dalla finestra. Ce ne sono decine, centinaia, migliaia. Sono ovunque. Che Dio ci protegga. Cristo santo, non è possibile…

Sto per vomitare.

Le varianti sul tema da quel lontano 1978, quando George Romero ha messo in pellicola la prima epidemia di zombie, intesi non come esseri umani sottoposti a riti vodoo, privati della loro coscienza e trattati come schiavi, ma come essere umani morti che tornano in vita e si cibano di altri esseri umani, sono state tante.

I morti tornano sulla Terra e vogliono eliminarci. Siamo fottuti.

Nonostante il genere horror sia uno dei miei preferiti, sia in forma letteraria che cinematografica, quello che raccontano le storie di zombie non riesco proprio a … digerirlo. Passatemi il gioco di parole.
Mi sono interrogata spesso sulla motivazione che mi spinge a trovare fortemente repellente l’immagine dello zombie e credo che la motivazione sia da ricercare su quello che evocano in me. L’idea che esseri umani possano uccidere per cibarsi di altri esseri umani mi fa sentire poco sicura. Non riesco a tollerare che il maggior pericolo a cui possa andare incontro sia la mia stessa specie. Ritrovarmi preda è una sensazione che mi provoca profondo disagio, tanto da non riuscire a tollerare storie in cui orde di zombie affamati si aggirano per città ormai lasciate all’abbandono e all’incuria.
Eppure conosco bene l’argomento, ho collezionato visioni di film che spiegano il fenomeno zombie come malattia che riduce gli esseri umani a pazzi incoscienti assetati di carne umana oppure a morti che tornano in vita a causa di motivazioni disparate, ma mai spiegate, o anche a film parodia come Benvenuti a Zombieland o L’alba dei morti dementi. E non ho perso nemmeno una puntata di The walking dead [lo sanno bene @su_610, @nadiolosca e @hellgraeco]

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Cosa mi ha spinto quindi a leggere Apocalisse Z, il primo della serie ideata da Loureiro Manel, in cui un avvocato spagnolo racconta di come sia riuscito a sopravvivere all’apocalisse zombie?
Mi ha convinta il suo compagno di sopravvivenza, Lucullo, un gatto. E non vi nascondo che ero talmente in ansia per la vita di Lucullo che perderlo di vista per qualche pagina mi ha spinta a leggerlo velocemente, preoccupata della sua sorte.
Il libro è scritto benissimo, raccontato sottoforma prima di blog e poi di diario, nasconde dietro la struttura semplice una capacità di evocare ambientazioni e stati d’animo che permettono di calarsi nella storia. Pur avendolo letto in treno, spesso mi sono ritrovata a guardarmi intorno spaventata, nel timore di essere circondata non dai soliti pendolari ma da zombie pronti a divorarmi.
La narrazione non annoia mai, i pericoli provengono non solo dai non-morti, e la trama non è assolutamente scontata.

Lucullo alla fine si salva, e lo potrei ritrovare anche nel secondo episodio della serie, se solo mi decidessi a voler rileggere di zombie. Ma non ne sono ancora sicura.

Li ho sentiti di nuovo. Non potrei giurarlo, ma credo fossero spari. Ed erano più vicini che mai.

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