La dimenticanza

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Un po’ di tempo fa mentre facevo la Bazzanese mi è successa una cosa stupefacente. Una sera, mentre stavo tornando giù dalla montagna solo con una ragazza, era una delle prime volte che facevo la Bazzanese con questa ragazza, volendo fare il suggestivo a un certo punto le ho detto che stavamo passando in un punto in cui avevo trascorso uno dei cinque pomeriggi più tristi della mia vita. Le avevo detto che tra breve, finite le case, sarebbe comparso un palasport in mezzo a un parchetto con molti alberi dentro il quale c’era una panchina sulla quale avevo pianto tre ore abbracciato a una ragazza. Avevamo pianto in un modo terribile in quanto avevamo deciso di non vederci più perché io stavo con un’altra. Quando a un certo punto ho detto alla mia amica che il punto esatto era lì, appena finivano le case, il punto esatto invece non era lì. Il palasport non c’era per niente, al suo posto c’era un campo da calcio che con la mia vita non c’è mai entrato niente. Allora in quel momento mi è presa una allegria bestiale perché mi ricordavo ancora tutte le volte che mi ero detto che quel posto non me lo sarei mai scordato. Invece me lo sono scordato e l’ho sbagliato. Per tre o quattro anni tutte le volte che sono passato in quel posto mi si sono bagnati gli occhi e mi è venuto il cuore in gola. Tutte le volte ho accelerato per scappare via. Tutto questo, evidentemente, adesso è finito nella dimenticanza.

Ugo Cornia

 

Ho letto queste righe e mi sono stupita di come raccontasse anche di me.
Ogni volta che torno a casa dei miei genitori dedico almeno una giornata a recuperare un paio di vecchi scatoloni, ancora conservati in cantina o in soffitta, dove sono sistemate tutte quelle cose che nel momento in cui sono andata via di casa  per qualche motivo non sono riuscita a buttare via, per ricomporre finalmente la mia vita sotto un’unico tetto.
Questa estate in una di queste scatole ho trovato un pacco di lettere e cartoline, metodicamente divise per mittente, divise da nastrini colorati.
Un pacco particolarmente corposo aveva come mittente un certo D.
E ho pensato subito al figlio di una coppia di amici dei miei genitori. Abitavamo nello stesso palazzo, esattamente uno sopra all’altro, abbiamo un solo anno di differenza, e nonostante la più grande fossi stata io, sembravamo quasi destinati ad una felice vita insieme. Poi ci siamo trasferiti, e di D. non ho saputo più nulla. Ma più leggevo le lettere più mi rendevo conto che non poteva essere quel D.
L’arco temporale delle lettere era quello della mia adolescenza, non quello della mia infanzia. E in più lui era partito per l’anno di leva. Era quindi più grande.
Nelle lettere ricordava dei nostri giri in moto. Ma nella mia testa il vuoto più assoluto.
Non ero mai stata fidanzata con uno che si chiama D.
E mi ha preso il panico.
Mi sono domandata quante cose in realtà ho dimenticato della mia vita, io che mi vanto di ricordare tutto. E in virtù di questo dono covo rancori decennali, sognando ancora vendette anche contro il bambino che all’asilo mi strappò di mano l’hula hoop, facendomi rovinosamente cadere e rompendomi gli occhiali.
Che la memoria in realtà non sia solo frutto del nostro singolare modo di sistemare gli eventi. Che in realtà non riesca a contenere tutto? Che ci menta? O meglio: non sarà che ci mentiamo da soli conservando quello che ci pare, e sistemandolo come meglio ci aggrada?

Comunque: nemmeno mia madre è riuscita a soccorrere la mia memoria. Non sapeva nemmeno minimamente chi potesse essere questo D.
Ci ho messo circa 6 ore, e un forte mal di testa, e magicamente mi è apparsa davanti agli occhi la sua faccia, i suoi occhi scuri, i suoi capelli rossi.
D. era innamorato di una mia amica. Il mio ruolo era cercare di aiutarlo a conquistarla. Nel frattempo siamo diventati molto amici. E mi scriveva lunghissime lettere, mi spediva una cartolina da ogni posto che visitava, fosse anche il monastero di Montevergine sopra Avellino dove accompagnava la nonna in pellegrinaggio la domenica mattina. E mi portava a fare lunghi giri in moto, soprattutto sul lungomare napoletano o in costiera amalfitana.
Alla fine si è messo insieme a P.
Ma a questo punto non potrei giurarlo di ricordarlo davvero.

2 pensieri su “La dimenticanza

  1. Quando torno sui luoghi della mia età verde penso alle mie “ultime volte”. Mi chiedo, quando torno sul campetto di beach volley, al mio paesello di bambino, quando è stata l’ultima volta che ho fatto una partita, quando l’ultima volta che mi sono cambiato nello spogliatoio.
    Poi ritorno sul muretto dove passavamo le serate con gli amici e mi chiedo quando è stata l’ultima volta che ci siamo detti “ci vediamo domani dopo i compiti”. E ancora quando l’ultima volta che ho dato l’ultimo saluto “ciao, a domani” e l’ultimo bacio alla mia ragazza di allora. Senza lasciarci, senza dirci nulla poi non l’ho più vista. Quando è stata l’ultima volta che credevo di lasciare tutto al domani?

Sono curiosa di sapere cosa ne pensi