l’ultimo e poi smetto

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tornata da New York tutto intorno per qualche giorno sembra piccola: le strade, i palazzi, le distanze. la mia preoccupazione maggiore prima di partire era la difficoltà che avrei incontrato nell’orientarmi, nel spostarmi in questa città che, stando a Wikipedia, ha il doppio degli abitanti dell’intera Emilia Romagna.
è invece bastato un pomeriggio per capire che non mi sarei mai persa. tranne in Central Park, che ho utilizzato come scorciatoia e invece mi sono completamente disorientata. e comunque sono tutti molto disponibili a dare informazioni. se non le chiedi, ma rimani per più di 3 minuti a fissare una cartina, sicuro che si avvicina qualcuno per offrire il proprio aiuto.
il capitolo cibo merita una nota: è vero che all’estero fanno colazione come se pranzassero, ma non è obbligatorio mangiare come loro. a New York si può fare colazione con brioches [o comunque cose dolci] e cappuccino. e io non mi sono fatta scappare l’occasione di fare colazione con pancake e sciroppo d’acero, in uno di quei posti in cui riempiono la tazza di caffè finché non dici basta, e il caffè non si paga a parte ed è compreso nel prezzo della colazione.

pancake a colazione

la mancia è obbligatoria, spesso è inserita già nello scontrino, ma se si sceglie di mangiare in qualche self-service o in qualche fast-food non è da calcolare.
l’acqua è carissima: mezzo litro d’acqua arriva a costare anche 3 dollari. ma nei posti pubblici ci sono le fontanelle, e con un po’ di faccia tosta la bottiglietta d’acqua l’ho riempita. e poi ho individuato un market (un grocery) poco distante dall’albergo, dove la sera prima di tornare compravo le bottiglie grandi a prezzi più economici.
ho mangiato tutto, ho provato tutto. e ho portato a casa uno zainetto pieno di dolci e schifezze made in U.S.A.: dai classici KISS ai Marshmellows, alle caramelle NERD alle gomme di Angry Birds.


non ho speso un solo centesimo per telefonare a casa. tutte le videochiamate le ho fatte a costo zero, che a New York c’è un wi-fi gratuito, senza registrazione e senza rilasciare dati anagrafici e documento di identità, in ogni museo, posto pubblico, starbucks. e così la piccola iena ha potuto vedere con me il panorama del Tops of the Rocks e la scala del Guggenheim, qualche strada di New York e il Metropolitan. Foursquare qui ha un senso, tipo che al Metropolitan Museum ho fatto check-in e mi hanno regalato una borsa in tela con il loro logo.
i taxi sono tanti, al semaforo formano davvero l’onda gialla, corrono tanto e non ho capito se sono davvero economici. forse costano meno che in Italia, in proporzione, ma la Metro rimane sicuramente il mezzo più cheap per eccellenza.

ho camminato tanto. si usciva alle 8 del mattino per tornare come minimo alle 10 di sera. non mi sono mai sentita in pericolo. non mi sono mai sentita fuori luogo. non mi ha intimidita questa città, come temevo.
ho seguito come Pollicino le briciole lasciate scritte da mio nonno dietro una foto in bianco e nero, che lo ritrae con in braccio una bambina che non saprò mai chi è, per vedere una casa che almeno una volta lui ha sicuramente abitato. per arrivarci ho attraversato Chinatown, sono rimasta delusa dalla mancanza di indicazione dei cognomi sul campanello, ho scattato qualche foto che non assomiglia per niente a quelle romantiche e ingiallite lasciate da lui, e che sono sicura già fra qualche mese non significheranno più nulla.

sono tornata a casa consapevole che qualche anno e un affetto in meno e un po’ di coraggio in più, e almeno un paio di anni nella grande mela li avrei vissuti volentieri.

[altre foto le trovate qui pezzi di new york. e prometto che non ne scrivo più. le altre puntate sono qui, qui e qui]

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