Cose che accadono

avenue of the Americas

chi mi conosce lo sa: ho paura di volare. ma non per finta. non quelle frasi dette solo per attirare l’attenzione e farsi rassicurare che l’aereo è il mezzo più sicuro, mentre la macchina [si, proprio lei, quella che usiamo quotidianamente] quella è pericolosa e mortale. e insomma, ho paura di volare eppure ho affrontato 8 ore di volo [dirette, senza scalo] destinazione New York.

New York mi ha accolta con la sua dogana, un’ora e passa di fila per farmi prendere le impronte di tutte e dieci le dita e farmi fare una foto. i poliziotti parlano o americano o al massimo spagnolo, ed è qui che è iniziato il tormentone della mia vacanza. are you spanish? no, italian… ohhh, sorry…but it’s the same. e no, non è la stessa cosa per niente. se parli anglofono ti capisco, se cambi registro e parli spagnolo continuo a guardarti a bocca aperta. un timbro sul foglietto in cui ti fanno le domande stupide e si parte per la city.

che poi la New York dei grattacieli è solo Manhattan. prima di arrivarci la periferia sembra Napoli: cavalcavia che si incrociano nei modi più fantasiosi, case basse, un traffico da panico e spazzatura per strada…ma il mio albergo è di fronte al Central Park, sulla 59ma strada, fra la quinta e la sesta avenue, all’altezza dell’Apple Store [per intenderci] e lì la città assomiglia proprio a quella vista in centinaia di film.

alla prima passeggiata ho capito che la città che va di fretta, non corre perché è iperattiva o stra-impegnata. corre perché ad ogni incrocio fra una avenue e una street c’è un semaforo, quindi conviene correre per cercare di infilarne quanti più è possibile verdi, anzi, bianchi [qui i semafori sono rossi e bianchi] pena passare più tempo in attesa del segnale di via che a camminare.

7 giorni sono pochi per vedere tutto, senza contare che sono con mia madre e non conosco esattamente la sua resistenza a piedi, e dopo un giro in bus da turisti doc, compilo il ruolino di marcia, mediando fra attrazioni meramente turistiche e quelle da turista impegnato.

bocciate la Statua della Libertà ed Ellis Island, meglio prendere lo Staten Island Ferry: gratis, si passa sotto la statua della Libertà [e tanto basta] e ci si sente un po’ Melanie Griffith in Una donna in carriera. ottimo anche per vedere lo skyline illuminato di notte, allontanandosi piano dalla banchina, in direzione Staten Island. e non fate come tutti i turisti che corrono ai piani alti. per godersi lo spettacolo meglio starsene sotto, coperti e senza folla.

bocciato il panorama dell’Empire State Building, meglio quello del Rockfeller Center. ai piedi del Top of the Rock la colazione da Bouchon permette, scelta la vetrina giusta, di vedere il Today in diretta dagli studi della NBC.

il giro ad Harlem con Gospel è da geriatrico, e la messa una sofferenza che mi sono inflitta per amore di mamma.

lo shopping è inevitabile. i 10 piani di Macy’s hanno messo a dura prova le mie doti di shopper provetta, e anche la mia carta di credito. un salto al Century 21 è stato d’obbligo, e qui ho scoperto che alcuni marchi fashion qui si vendono come all’Oviesse Industry…senza contare la Fifth evenue. da Tiffany il ricordo è servito: heart tag charm con incisa la data [a imperitura memoria].

[…to be continued…]

9 pensieri su “avenue of the Americas

  1. all’andata ho molestato uno steward quando mi è arrivato il panico post-pranzo, al ritorno ho viaggiato di notte: pillola contro il mal d’aria e due birre…e cmq ho sentito la turbolenza. non so se avrò di nuovo il coraggio…

  2. Da quanto apprendo hai bocciato molte cose… ho una ulteriore conferma alle mie teorizzazioni che non è detto che visitare ny sia poi da prediligere rispetto ad altri posti. Io ad esempio, sempre da teorete, avrei puntato all’america di periferia quella che viene fuori dal libro “blue higways”…forse per animo sono più portato a tutto questo. Odio le citta caotiche e i viali seminati a negozi e vetrine con i prezzi in bella mostra. Comunque bello l’heart tag charm, credo rimanga per sempre un bel ricordo. 😉

Sono curiosa di sapere cosa ne pensi