Ferragosto a Stromboli

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Appuntamento alle 17.00 alla chiesa di San Vincenzo, attrezzati e riposati, per la passeggiata sullo Stromboli. Il gruppo conta 20 persone, e i più chiacchieroni e rumorosi vengono zittiti dal primo tratto di strada fino alla prima sosta che ci porta a quota 200 metri. Camminiamo in fila indiana in un percorso di strada sterrata, mettendo i piedi in gradini scavati nella terra, rinforzati con assi di legno, e distrutti dallo scorrere del tempo, e molto probabilmente dalle centinaia di piedi passati di lì.
Nella radura dove ci fermiamo la guida ci racconta qualcosa del vulcano, della sua vegetazione, e via verso la seconda tappa.
Il percorso diventa più impegnativo, soprattutto nei tratti di sabbia, dove le scarpe affondano e piazzare un piede dopo l’altro diventa uno sforzo non da poco, e l’aiuto del bastone diventa indispensabile.
La seconda sosta, a quota 400, dura il tempo di mangiare un panino, cambiare la maglietta sudata e sentirsi raccontare dell’ultima esplosione dello Stromboli, guardando, non senza agitazione, le scie nere dell’incendio proprio dove siamo seduti a riposare.
Inizia l’ultimo tratto che ci porta a quota 900: una pietraia che ci fa assomigliare ad una colonia di formiche che si arrampica sul versante risparmiato dalla lava.
Metto un piede dopo l’altro senza ascoltare la fatica. Mi godo il paesaggio: adesso guardando avanti posso vedere anche l’Etna, che in questi giorni è particolarmente attivo e si riconosce dal pennacchio di fumo che gli fa da cappello. se guardo sotto di me vedo una parete rocciosa e mi domando come abbia fatto ad arrivare già fin qui. alzo gli occhi e immagino il sentiero attraverso le figure (piccole) di quelli che mi precedono, che per uno strano scherzo ottico, sembrano essere sospesi nel cielo, come tanti palloncini.
Arrivati in cima il caldo dell’isola lascia il posto al freddo del cielo. Posso guardarmi intorno a 360° e vedere solo il mare. Seduti sotto una tettoia di cemento, come calciatori in panchina, o come spettatori in un cinema esclusivo dove esiste solo la prima fila, abbiamo di fronte lo spettacolo di una bocca di fuoco del vulcano che erutta a momenti alterni con lo stile classico stromboliano, cioè come un fuoco pirotecnico.
Ma questo è solo l’inizio. Ormai è buio, accendiamo le torce, un ultimo sforzo a coprire 500 metri a pendenza estrema, in rigorosa fila indiana, ed eccomi faccia a faccia con Iddu, il vulcano. A torce spente siamo illuminati solo dal fuoco. Si sentono solo il rumore delle esplosioni e il vento, e le espressioni di stupore ad ogni manifestazione delle bocche di fuoco. Eccomi sul cratere. La discesa è in pendenza, polverosa, e il caschetto in coppia con la mascherina non fa che peggiorare le cose. Senza contare l’esplosione più forte che fa incendiare la vegetazione sopra le nostre teste.
Il giorno di ferragosto che ricorderò per sempre.

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