150 anni, e non dimostrarli

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quante volte mi sono sentita chiedere – e tu? di dove sei? – senza riuscire a rispondere, oppure raccontando sempre la stessa storia, sempre con parole diverse.

sono nata al sud, ma solo anagraficamente, che i miei genitori erano “emigranti” e la mia mamma voleva affrontare il parto in un posto a lei familiare e con vicino la sua mamma, la mia nonna.

sono cresciuta al nord, ma non un nord qualsiasi, il nord-est che produce, quello della nebbia, oggi roccaforte della Lega, ma che allora era la mia casa, la mia scuola, la mia maestra, le mie amiche, il mio corso di danza classica, la mia biblioteca, la mia prima cotta da bambina.

sono diventata adolescente al sud, nel sud dei miei natali, sognando di vivere con la mia nonna preferita, che invece mi ha lasciato troppo presto, e il mio accento “straniero” è diventato un fardello, e le amiche che non capivo e con i ragazzi che mi consideravano “diversa”.

sono diventata grande in una città del sud, una città di mare, abituata agli sbarchi, al commercio e alle facce straniere, che non ha fatto caso di dov’ero, ma solo di chi ero e che cosa potevo diventare.

adesso vivo al nord, di nuovo, ma un nord diverso da quello della mia infanzia, il nord che quelli del nord-est a volte chiamano sud.

il Verde della Lega, il Bianco dei Borboni, il Rosso dell’Emilia, nel mio cambiare continuamente casa e abitudini il destino ha ricostruito la bandiera italiana.

e allora penso che questa unità d’Italia mi ha solo permesso di cambiare posto e abitudini senza passaporto, ma mai di sentirmi veramente a casa.

perché quella dannata domanda me la fanno sempre, e quando non so come rispondere non ho mai detto – italiana – che nella divisione delle nostre regioni è una parola vuota, senza significato.

 

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