c'era una volta l'amore ma ho dovuto ammazzarlo

C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo

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C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo è il libro più sconclusionato che io abbia mai letto. Pensieri sparsi, idee embrionali lasciate morire dopo un paio di pagine, poche frasi ad effetto (come quella che poi ha dato il titolo all’intero libro) frullate in un romanzo (e chiamarlo tale è fargli un complimento) che mi ha lasciata con un vago senso di incompletezza arrivata all’ultima pagina. L’autore vuole fare il verso a Bukowki, ma gli manca una cosa fondamentale per raccontare davvero l’universo dei derelitti che vivono ai margini della società: l’esperienza. Come se in ogni pagina si vantasse del suo essere fuori dagli schemi, sottolinea il suo non essere conformato e allineato, ci tiene a farci sapere che non gli interessa nemmeno fare parte di quella società, e che non sono gli altri che lo tengono alla larga, è lui che ha scelto di vivere così. Bukowki invece ci raccontava il suo quotidiano, come se fosse tutto normale, senza sentirsi al di sopra di niente e di nessuno.

E alla fine il suo grande amore, quello che ha dovuto soffocare dentro di sè, è per una ragazza, anzi “una certa ragazza” di cui non riesce a liberarsi perché lei gli ha dato la sua verginità. O almeno è questa l’impressione che ne ho avuto. Non fa altro che dire e ridire di come lei era perfetta perché pura quando aveva fatto sesso con lui, di come gli dia fastidio pensarla con qualcun altro, di come le altre donne non potranno mai essere come lei perché hanno conosciuto troppi uomini e quindi hanno un modo diverso di approcciarsi all’altro sesso. Non mi aspettavo certo un libro romantico, sicuramente però nemmeno di così bassa ispirazione. Una vera delusione.

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