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Sette anime (2009)

Author: Marlene
01 11th, 2009

setteanime

Il titolo originale “seven pounds” è stato scelto citando l’opera di Shakespeare “Il mercante di Venezia”. In quest’opera teatrale il protagonista in cambio di un prestito accetta come garanzia di restituire in caso di mancato pagamento, una libbra della sua carne. Peccato per la traduzione che sposta l’attenzione dal sacrificio per espiazione del protagonista alle persone che riuscirà a salvare grazie a questo gesto.

Tim, un affermato ingegnere aero-spaziale, prende in prestito l’identità del fratello esattore delle tasse per conoscere meglio le persone a cui donerà letteralmente se stesso, per poter espiare la colpa di essere la causa di un incidente in cui hanno perso la vita sette persone.

La storia è ben raccontata, ci vuole un bel po’ prima di capire le intenzioni e le motivazioni, e ben recitata. Gli attori credibili, i primi piani struggenti, le storie rese con delicata tristezza.

Muccino racconta di malattia, sofferenza, suicidio, donazione di organi, ma anche di amore, sacrificio, speranza nel futuro.

Capisco le polemiche sulla spettacolarizzazione e di conseguenza una sorta di sdoganamento su di un gesto forte come il suicidio, che in una cultura prevalentemente cattolica come la nostra destina il soggetto al fuoco dell’inferno (che brucia in eterno senza consumare ma regalando sofferenza per l’eternità), ma non stiamo guardando un documentario. Stiamo ascoltando una storia, e come tutte le storie ha bisogno di passaggi forti per distinguesi dal resto e farsi ascoltare, dall’altra ha bisogno di sorvolare su aspetti realistici come la prassi giudiziaria per poter lanciare un messaggio a mio avviso importante, banale ma spesso dimenticato.

I gesti di bontà e cortesia fatti senza aspettarsi nulla in cambio creano intorno a chi li compie un vortice di positività che rende la vita migliore.

Sono contenta di averlo visto, anche perchè spero che specchietti per le allodole come “il nuovo lavoro americano di Muccino” sbandierato da tutti i media e la presenza di Will Smith attiri nelle sale tutte quelle persone che hanno paura della donazioni di organi, come se portarsi tutto nella tomba possa permetterci di ritornare, un po’ come credevano gli egiziani.

La visione del film mi suggerisce anche un’altro tipo di riflessione. Continua a rafforzarsi in me l’idea che siamo il paese delle contraddizioni e dell’incoerenza: non abbiamo il coraggio di puntare sulle potenzialità artistiche e intellettuali dei nostri connazionali, in Italia non si sarebbe mai prodotta una storia con queste tematiche e dal finale amaro degno dei migliori film neorealisti italiani, tutti a criticare l’impostazione troppo americana del film, ma se si voleva una storia italiana forse si dovrebbe permettere a certe storie di essere raccontate e confezionate in patria.

E se lo trovate troppo melenso, troppo melodrammatico, insomma “troppo”, la prossima volta andate a vedere “Natale a Rio”, almeno vi fate due risate.