la stanza di Marlene

semplicemente (ancora unicamente) io

Archive for gennaio, 2009

TNP Best Post Award

Author: Marlene
01 30th, 2009

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ho avuto una nuova botta di autostima. dopo la partecipazione al concorso che mi ha permesso di vincere un i-pod, dopo aver mostrato tatuaggi e piccoli tesori conservati con cura arrivati intatti ai giorni nostri, ho cercato nuovamente le luci della ribalta segnalando alcuni miei post a questo nuovo gioco che ha lo scopo di scovare e premiare il miglior post scritto nel 2008 (qui maggiori informazioni)

li ho scelti di mia iniziativa sperando di riuscire a piacere agli incorrutibili e imparziali giudici.

ma soprattutto piacere a chi passa da là e poi viene qua e dopo aver letto i miei post corre a votarmi, chi passa di qua e dopo aver letto i miei post vuole andare di là a votarmi.

insomma: il mio ego ha bisogno di una coccola, di una spinta, di un minimo di interesse da parte di tutti quelli che varcano per caso o per scelta la soglia della mia stanza.

(lascio un messaggio ai creatori: non sono riuscita ad utilizzare loghi e banner per pubblicizzare il concorso. suggerimenti?)



song for me?

Author: Marlene
01 30th, 2009

sono un paio di giorni che non ho idee, qualsiasi cosa scrivo mi suona banale, se non addirittura brutta. cosa succede?

succede che c’è qualcosa che non va. non so cos’è. e se anche ci rifletto, individuo non un problema, un disastro o un malessere fisico. solo una sensazione diffusa di insoddisfazione.

allora anche solo indossare un vestito nuovo scaccia per un po’ il vuoto che sento sotto la scorza dura che il tempo e le delusioni hanno aiutato a creare.

esco di casa di corsa, per non perdere il trenino, che di guidare non ne ho assolutamente voglia. non tanto di mattina quando la sensazione è un misto di ansia e di fretta, trucco veloce e poi giù per le scale, quanto la sera, quando stanca non c’è niente di meglio che buttarsi su di una poltrona e laciarsi portare a casa.

e insomma, esco di corsa e camminando veloce verso la stazione, accendo l’i-pod e mi sembra un segno del destino. daniele silvestri canta “occhi da orientale”, come una dichiarazione d’amore solo per me.

allora tiro su la testa, sorrido e sento che saprò affrontare anche questo giorno nel modo migliore.



WIIdegiocando

Author: Marlene
01 29th, 2009

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il primo videogioco me lo hanno regalato i miei genitori a 5 anni. quindi è tutta colpa loro se passando in varie fasi, sono una entusiasta sostenitrice della Wii.

ho passato ore a giocare a Pong, anche se non era particolarmente interattivo, ero pur sempre l’unica bambina ad averlo nel raggio di 30 kilometri: notorietà e favori assicurati.

l’era Commodore64 ha portato lotte intestine e turnazione appesa alla lavagnetta della cucina.

il periodo universitario è stato caratterizzato da ore di ludici solitari in compagnia del GameBoy.

la Wii è arrivata insieme al mio ultimo compleanno. amore a prima vista. non ho filmato, fotografato  e pubblicato i miei allenamenti e miglioramenti ottenuti in compagnia della balance board, ma assicuro divertimento e forma smagliante (anche per una pigra come me).

la svolta la settimana scorsa. ho comprato il primo gioco. ovviamente the legend of zelda: twilight princess. una specie di elfo con le orecchie a punta deve svolgere vari compiti per allenarsi e poi liberare la principessa chiusa nel castello dal cattivo di turno, insieme al suo cavallo epona.

ed è lui il vero protagonista, quello della svolta. grazie ad epona, al suo magico intervento e ai magheggi di su610, si  è spalancato il mondo dei balocchi con accesso free direttamente dal menu wii.

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wonderful world

Author: Marlene
01 27th, 2009

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a bocca piena, facendo passare la pausa pranzo in sala riunione con un paio di colleghe, ci si confrontava sulle motivazioni per avere almeno un figlio nella propria vita. nessun moto femminista o femminile, o minimamente materno. solo la contastazione che bisogna farne almeno uno per evitare di ritrovarsi a 50 anni nell’incapacità fisica di scodellarne uno e con un cagnetto nella borsa viziato come Paris Hilton.

sulla necessità antropologica/filosofica/sociologica/psicologica di mettere al mondo un mini-me non so argomentare.

dal punto di vista socio- economico ho invece formulato questa constatazione: ho visto ancora troppo poco mondo per chiudermi in casa a badare ad un’altra vita, ma ne ho visto abbastanza per essere seriamente preoccupata del mondo in cui lo lascio.



sfiorarsi ancora

Author: Marlene
01 25th, 2009

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Ogni volta che faccio il check-in all’aeroporto di Bologna provo irrefrenabile l’impulso di prendere un taxi, tornare a casa e ritardare il volo. Purtroppo ormai sono già li e quindi parto per chi sa dove. Di solito. Adesso l’istinto è lo stesso anche se so dove sto andando. È bastato un SMS ed eccomi pronta a colmare distanza e anni. Quanti ne sono passati? Non ha avuto importanza. Il numero di cellulare è rimasto quello del primo acquisto, non l’ho mai cambiato non per convenienza ma solo per pigrizia e lui ci ha provato: “TI AUGURO UNO SPLENDIDO 2008″. solo poche parole, un innocuo augurio che aveva spalancato un mondo di sensazioni e possibilità. Avevo coccolato quel messaggio immaginando il momento in cui lo aveva digitato, fantasticando sulle motivazioni che lo avevano spinto a ricomparire nonostante quella a sparire fossi stata io.

Sparita è il termine corretto per definire la fine di una relazione andata avanti per anni senza costruire muri caldi in cui riposare, senza mettere steccati che impedissero ad altri di entrare in quella che non definivamo la nostra proprietà, ma solo la nostra ricchezza. Un po’ gelosia, qualche scenata, ma faceva parte del gioco. Una settimana appiccicati e mesi senza vedersi, per poi ricomparire nel modo più normale possibile e senza fare domande e senza chiedere spiegazioni frequentarsi fino alla prossima pausa. E in una di questi momenti di riflessione io non ero tornata più indietro. Avevo messo in primo piano la carriera e centinaia di chilometri fra noi. Senza un saluto, senza nessuna spiegazione, che di spiegazioni ce n’eravamo dati sempre tanto poche e ci eravamo sempre capiti benissimo.

Guardo le vetrine dei negozi che conosco a memoria con la stupida necessità di non arrivare all’appuntamento a mani vuote. Ma l’aeroporto è sempre quello, e allora ripiego su dei cioccolatini, – per addolcirti -, gli dirò.

Nonostante viaggi continuamente il decollo mi fa sempre il solito effetto tremarella: si alzerà, non si alzerà, ce la farà anche stavolta a battere tutte le leggi della fisica e spiccare il volo?

Non ci voglio pensare e allora mi estraneo e volo oltre la distanza.

Ci siamo dati appuntamento al solito posto: sotto i portici del teatro Verdi, in via Roma, alle spalle del lungomare, in centro città. Dove ci incontravamo sempre, anche se non volevamo, anche se non ci si metteva d’accordo. Io ero lì in pianta stabile, con i miei film, le mie rassegne, le mie passioni, e tu venivi fin là dando poi la colpa al caso.

Non sei mai stato romantico e non credo il tempo ti abbia cambiato, e allora cammineremo vicini sfiorandoci le mani senza prendere in carico la sicurezza dell’altro, che noi non siamo mai stati prudenti.

Passeggeremo sul lungomare affollato di gente e bancarelle, che degrada da un lato verso le spiagge e dall’altro ha la vista chiusa dalle rocce della costiera amalfitana. Ci siederemo sulla spiaggetta al limitare del porto per guardare il sole che si tuffa nel mare. Era una cosa che facevamo spesso: dal tramonto all’alba, alla luce del sole qualsiasi fosse il motivo per cui sembrava non potessimo fare a meno l’uno dell’altra, svaniva.

Con il primo buio mi porterai a prendere il solito caffè nei vicoli della città vecchia: via dei Mercanti, via Dogana Vecchia e qui, sotto il portico, vicino a quel negozietto pieno di cianfrusaglie e odore forte di incenso e spezie, mi bacerai. So che stavolta lo farai, non avrai timore del mio giudizio. Ricordi cosa ti dissi la prima volta?

  • la prossima volta ti porto nel parcheggio dell’università-

  • per vantarti?-

  • no. Per prendere un cric e aprirti la bocca -

Era per questo che ti ero piaciuta: così fragile alla vista, anche noiosa, ma forte dentro.

E ironica.

Atterro. Il solito effetto risucchio che mi dà l’impressione di diventare tutt’uno con il sediolino. L’aeroporto di Napoli squallido come sempre e il mio taxi è in ritardo. Ti avviso con un SMS

- sono in ritardo ma stavolta non è colpa mia -

è l’imbrunire quando imbocco la rampa che mi fa entrare in città da via Irno, tiro giù il finestrino, le prime luci accese, il traffico caotico del sabato sera, respiro forte l’odore del mare. Il cielo all’imbrunire si incendia dove il mare si confonde con il cielo, colorando una striscia di rosso e arancio che illumina ancora per un po’ il Concord, la nave ristorante retrò e demodè.

Eccomi. Teatro verdi, un po’ più vecchio del mio ultimo ricordo, i tacchi emettono una strana eco. Li ho messi solo per cercare di essere alla tua altezza, per dimostrarti che sono cresciuta anche io, che non sono più la ragazza che faceva la forte giocando con la sua ironia e nascondendo la sua insicurezza. Quella che riappare all’improvviso quando mi rendo conto che quello in ritardo stasera sei tu. E capisco che non arriverai.