Giorno tre dell’anno zero

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Non sai più dove dividerti per pranzo e cena. Tutti vorrebbero ospitarti a casa, per invidiarti la linea e rovinartela con tutto quello che da sola non ti cucini, sottointendendo “perchè non sei capace”.
E con i (pochi) vecchi amici rimasti cosa si fa se non sedersi a tavola a raccontarsi ricordi e confidarsi progetti davanti a piatti tipici che “al nord non sanno neanche cosa è”.
Ti lasci trascinare. Il cibo è invitante e bere abbatte un po’ di barriere, create dal tempo e dalla lontananza.
Immancabile la festa al paese. Quando vivevi qui erano le serate per tornare più tardi a casa e magari incontrare il ragazzetto che ti piaceva tanto e che riuscivi a vedere solo fuori scuola. Con il tempo era diventata prima l’occasione per farsi guardare, poi l’occasione da cui sfuggire. Tutto il paese che non aspetta altro che la festa per sparlare e spettegolare su chiunque capiti a tiro d’occhio, conosciuto e non.
Ora guardi le luci montate ai lati della strada a formare archi colorati e luccicanti come quando di anni ne avevi 10 e ti eri appena trasferita in questo posto: con gli occhi sgranati e la bocca aperta.
Cammini per le strade strette invase da quelle che una volta erano le persone con cui condividevi la residenza e poco più, tentando inutilmente di scorgere facce conosciute.
E gli odori: odore di zucchero filato di caramelle e spiga cotta. E poi quello del “per e o’ muss” e quello di pizzelle e panzerotti.
E’ qui che ti fermi, con 1 euro puoi avere a scelta 5 panzerotti o 5 pizzelle, oppure un misto.
Ne compri 4 euro, e non importa se il venditore con le stesse mani con cui maneggia i soldi infila nel sacchetto di carta panzerotti e pizzelle, fritte in un olio che avrebbe urgentemente bisogno del tagliando. Anche per stasera la bilancia è un marchingegno da dimenticare.

4 pensieri su “Giorno tre dell’anno zero

  1. La prima volta che un mio zio, di provenienza veneta, venne al mio paese e vide il carrettino su cui campeggiava la scritta: “o’ pere e o’ muss” mi chiese cosa significasse quella scritta in latino (opere omus)…..
    Io il giorno della festa patronale ci sono nato.E per giunta anche di domenica e a mezzogiorno.Per tutta l’infanzia mi ha accompagnato la litania che essendo nato di domenica,a mezzogiorno,il giorno del santo patrono non sarei potuto essere che uno sfaticato senza ritegno.Oggi vivo in padania e faccio due lavori.La mia fede sulle credenze popolari è ,nel frattempo,un tantino scemata.

  2. le credenze popolari le tiro fuori come un coniglio dal cilindro per stupire i miei nuovi amici e colleghi. crederci…non credo più da molto tempo.

  3. Se ti riferisci al credo in Dio,beh io non ho mai creduto.Del resto provengo da una famiglia di comunistacci della proma ora e considerate le note preferenze culinarie dei figliocci di Lenin ritengo già un grosso risultato non essere stato fagocitato quando ero imberbe.Se invece intendi dire che non credi più a niente e a nessuno in generale,penso che io non mi rassegnerò mai alla deriva nichilista.Quando sei stato educato all’idealismo più profondo resta sempre,tuo malgrado,una sia pur illusoria parvenza di speranza.

  4. ma no!!! ^___^
    mi riferivo solo alle più futili credenze popolari!!!
    posso fare una affermazione un po’ provocatoria? non ti offendere però.
    credo che nonostante tu affermi di non credere in dio qualcosa dentro di te si è agganciato in maniera molto forte: vuoi gli insegnamenti al catechismo, o qualche lezione di religione, perchè non sei riuscito a scriverlo omettendo la maiuscola, come in una forma di profondo rispetto. o forse è solo l’illusoria speranza?

Sono curiosa di sapere cosa ne pensi