la stanza di Marlene

semplicemente (ancora unicamente) io

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05 7th, 2007

Ho accennato al fatto di essermi licenziata al buio.
Sono arrivata a quella soluzione non solo perchè il clima aziendale era diventato mooolto pesante per me…diciamo pure che si era arrivati al sano mobbing (per la serie: non ci facciamo mancare niente), ma anche perchè ero riuscita con molta fatica ad ottenere alcuni colloqui veramente interessati, che però non si erano concretizzati in niente.
Così potevo decidere se mettermi in malattia sfruttando i miei sfruttatori, o liberarmi di tutto e partire alla ricerca di una nuova occupazione da zero.
Questo non vuole essere un manuale. In Internet e in libreria ci sono quelli specializzati.
Considerato che ho scoperto scrivendo in questo posto che la mia occupazione primaria è guardarmi l’ombelico, ho deciso di raccontare come ho fatto io, perchè alla fine (come sapete) ce l’ho fatta!
Iniziamo dal concetto che cercare un lavoro è un lavoro.
A meno che non abbiate il papà, o perchè no, la mamma con la fabbrichetta (da leggere con la “e” aperta alla milanese), trovare un lavoro è un’attività lunga, da svolgere con meticolosa passione.
Da dove iniziare. Io ho iniziato in pieno inverno, e quindi mi sono rivolta alla rete.
Primo passo (il più semplice): scovare i siti che offrono lavoro. Ce ne sono di famosi (monster.it, stepstone.it) che solitamente riportano annunci di agenzie per il lavoro, o a carattere nazionale; ma dobbiamo cercare anche siti dedicati alla nostra zona. Per esempio: la radio locale potrebbe avere un sito su cui c’è la possibilità da parte delle aziende di pubblicare il loro annuncio, ma anche le associazioni di categoria (unione industriali, sindacati). E poi la novità: ci sono dei motori di ricerca dedicati alla ricerca di lavoro. Noi inseriamo una parola chiave e magari anche la zona e lui in automatico ci trova tutti gli annunci pertinenti. Io conosco: jobcrawler.it e jobrapido.net.
Avevo organizzato nella pagina dei segnalibri una categoria chiamata “lavoro” dove ho salvato tutti i siti che ritenevo interessanti. Con due vantaggi: li guardavo tutti, tutte le volte che volevo (in fondo alla categoria c’è la possibilità di scegliere “apri tutti”), e poi se trovavo qualcosa di interessante salvavo il link all’istante, senza lunghe digitazioni o appunti sparsi facili da perdere.
I siti più importanti offrono anche la possibilità di ricevere a cadenza giornaliera, settimanale o mensile (ultima ipotesi che sconsiglio) una newsletter con le offerte di lavoro più interessanti, selezionate attraverso le preferenze. E di lasciare il nostro curriculum attraverso una registrazione per essere visibile alle loro aziende clienti.
A me questo sistema non ha portato a nulla. Attraverso la registrazione ho solo ricevuto offerte di corsi e master a pagamento. Nessuna azienda mi ha mai chiamata dopo aver visto il mio curriculum in internet. E le offerte di lavoro a cui ho risposto non mi hanno mai procurato nessun colloquio.
Però mi hanno dato l’illusione di fare qualcosa di importante per il mio futuro.



05 7th, 2007

Da sempre mi sono sentita dire che parlo strano. E spesso mi hanno anche preso per i fondelli per come parlo, per le parole che uso, per i tempi dei verbi che riesco ad utilizzare.
Il mio problema è sempre quello: nascere in un posto e cambiare continuamente crea una contaminazione che se a farla è uno straniero sembra quasi un vanto (dipende lo straniero da dove arriva, ma in linea di massima ci fa sorridere e ci rende fieri), fatta da un italiano che saltella da un dialetto all’altra crea invece una reazione diversa. O almeno è quello che mi capita ancora.
Sono nata nel nord-est e poi ho traslocato al sud: a 10 anni i bambini sanno essere molto cattivi. Ve la immaginate la mia parlata cantilenante tipica-veneta in prima media? All’inizio ha generato ilarità, successivamente scherno, alla fine mi ha trasformata in un essere timido, poco propenso a conoscere nuove persone, e soprattutto molto silenzioso. Facevo tappezzeria ovunque. Ho ascoltato: e ho imparato. Ho imparato ad evitare di far dondolare le finali delle parole sulla lingua. Ho imparato a sputarle fuori senza fletterle su se stesse, ma non ho imparato il dialetto del paese che mi ospitava. Mio padre dice che se non l’ho imparato è perché non ho voluto. Lo capisco quel dialetto, e a volte ne uso le espressioni per dare più colore al mio discorso, ma non l’ho mai parlato correntemente. Poi le scuole superiori in una nuova città, il mimetismo linguistico era perfetto, ma continuavo a parlare solo italiano. Con tutti, sempre. E durante l’ultimo anno quando ho detto ad un mio compagno dove ero nata, mi ha risposto: – Ah! Ora capisco perché sei così… – lasciandomi nel dubbio di che cosa sembravo ai loro occhi. Poi l’università: nuova città, nuova vita. Battuta d’arresto. Nel dialetto del posto una mi ha detto: – Ma come cazzo parli! Parla come mangi e atteggiati poco.-
Ancora un nuovo trasloco, stavolta torno al nord, ma in un posto decisamente meno nord della mia infanzia. Io continuo a parlare italiano, la flessione ormai è quella che è, dopo tanti rimaneggiamenti.
Così se parlo con uno del posto sente che sono meridionale, con conseguente atteggiamento di chiusura.
Se parlo con uno del sud, crede che sia una del posto, con conseguente atteggiamento di chiusura.
Ma quel che è peggio, quando parlo con parenti e amici mi prendono in giro per quella vena di dialetto nordico che ogni tanto sbuca nelle mie espressioni.
Credo che l’esperimento di scrivere mi serviva anche per raccontare senza essere giudicata da come parlo.



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