

la stanza di Marlene
semplicemente (ancora unicamente) io
odio il martedì
Author: Marlene08 23rd, 2010
la scelta di prendere anche il lunedì di ferie si è rivelata una ottima scelta.
l’avevo preso per poter essere sicura di passare una domenica in più a casa dei miei genitori invece che sciogliermi in coda sulla A1 dei rientri estivi.
si è rivelato utile per fare ancora un giorno da crocerossina alla mia piccola iena ammalato come non mai.
questa settimana potrò dire “odio il martedì”.
read comments (3)è tempo di tornare
Author: Marlene08 20th, 2010
ultima notte in un luogo carico di ricordi.
ci sono ricordi che prendono polvere. salgo in soffitta e loro sono lì, chiusi nelle scatole in cui li ho riposti, con il coperchio ricoperto dalla patina del tempo che un soffio ben assestato cancella velocemente. e gli oggetti di un passato recente emergono un po’ sbiaditi ma interi. spesso, rigirandomi un oggetto fra le mani, mi rendo conto di aver dimenticato il motivo per cui l’ho conservato. e l’oggetto, privato del suo carico emozionale, finisce nel secchio del pattume senza rimpianti.
ci sono ricordi che prendono muffa. una infiltrazione e i ricordi diventano una massa informe, nera e maleodorante. impossibili da recuperare, e a volte nemmeno si capisce chi è ritratto in quelle che una volta erano foto e adesso sono incollate una all’altra in un’unico blocco. la muffa solleva dalla decisione di conservare o meno determinati ricordi. senza ombra di indecisione vanno immediatamente cestinati. e tutto quello che non avevo mai avuto il coraggio di eliminare definitivamente dalla mia vita, causa intervento spore, facilita il transito di ricordi spiacevoli attraverso la rimozione definitiva.
ultimo giorno in cui passerò accanto a case un cui una volta entravo come amica e in cui adesso non conosco più chi vi abita.
è tempo di tornare.
sedotta e abbandonata
Author: Marlene08 2nd, 2010
ho rivisto “sedotta e abbandonata” di pietro germi, quel bellissimo film che racconta di un’italia che noi crediamo di aver superato e che invece ogni tanto ancora ritroviamo, scritta nero su bianco, nei fatti di cronaca quotidiana. il film è del 1964 e pietro germi, genovese di nascita e romano di adozione, racconta la sicilia bigotta, che crede fermamente nell’onore, attenta alle apparenze, pronta a tutto perchè la gente non parli. averlo rivisto da poco mi ha permesso di “scoprire” che la memorabile scena in cui il padre della ragazza costringe tutta la famiglia, appena usciti dal commissariato, a ridere per far credere alla gente che si era trattato di un malinteso, è la stessa trovata utilizzata da ozpetek nel film “mine vaganti” quando il padre, dimesso dall’ospedale dopo l’infarto che l’ha colpito alla notizia che il figlio su cui aveva riposto tutte le speranze è gay, costringe il secondogenito a ridere per far credere alla gente che non è successo nulla e che nulla ha incrinato il bel rapporto di famiglia.
se da un lato sembra proprio che l’eredità della commedia all’italiana sia stata raccolta in maniera, a mio avviso, eccellente da un regista che interamente italiano non è, dall’altra mi viene da pensare: omaggio, citazione o … plagio?
di igiene, salute, bugie ed educazione
Author: Marlene07 18th, 2010
quante volte da adolescente inquieta e incazzata ho urlato a mia madre – e io da grande avrò la colf -. aveva l’abitudine, lei casalinga che non ha mai lavorato in vita sua, di fare le pulizie generali della casa la domenica mattina, unico giorno della settimana in cui le sue due figlie non dovevano svegliarsi presto per adempiere agli obblighi scolastici. ci pensava lei a non farci poltrire e a riempire la nostra domenica mattina. massimo alle 9 tutti giù dal letto, senza poter nemmeno sperare lontanamente di uscire con le amiche per lo struscio in piazza della domenica mattina. l’unico giorno libero della nostra vita di studentesse si trasformava nelle prove generali della nostra vita da casalinghe. con conseguente annullamento della vita sociale. per vergogna inventavo scuse e accampavo giustificazioni (in un anno non si contavano più le malattie varie ed eventuali che avevano colpito il parentame, e a sentire le mie storie dovevo essere diventata esperta di sintomi e diagnosi, con davanti un radioso futuro da dottore). da adolescente sognavo una vita senza responsabilità iginiche del luogo in cui vivevo. in realtà da studentessa fuori-sede a convivente-ma-tanto-non-ci-sposiamo, le pulizie sono un impegno, un’abitudine, spesso un incubo. e ripenso a quando gridavo a mia madre – e io da grande avrò la colf - e lei mi rispondeva – anche io lo dicevo a mia madre, e guarda un po’ il risultato – con la differenza che ora mia madre la colf l’ha presa per davvero. giustamente, cosa se ne faceva quando aveva delle braccia giovani da sfruttare?
cavoli a merenda
Author: Marlene07 11th, 2010
per mia madre non ha mai avuto importanza la tenperatura esterna o se fosse giorno oppure notte: la merenda si mangiava fuori, sul balcone. anche solo una banana, chiudeva me e mia sorella sul balconcino della cucina e non si rientrava finchè non avevamo finito. quando abbiamo cambiato casa la cucina senza balcone ci ha costretto per anni a mangiare la brioches con la testa nel lavandino, attente a non far cadere nemmeno una briciola, facendomi rimpiangere anche il buio e freddo balconcino delle merende d’inverno alle 17 in piena pianura padana. quando cresciuta ho deciso che potevo anche fare a meno del rituale del lavandino, mia madre ha coniato la frase usata come mantra appena mi vedeva armeggiare in cucina: – e mitt’ nu zic è tavul – non aveva importanza se era un biscotto o avevo intenzione di affettare un intero chilo di pane e spalmarlo di nutella, era assolutamente vietato cibarsi senza mettere una tovaglietta sul tavolo in modo da recuperare tutte le briciole in un colpo solo. la forza di persuasione di mia madre mi ha talmente condizionata che non mangio mai senza apparecchiare quel “zico di tavola” della mia adolescenza.
ma a distanza di 15 anni senza di lei, dopo una sveglia all’alba, una mattinata passata insieme ai montatori delle porte nuove, una pulizia sommaria, dopo aver sistemato la tovaglietta, e incurante della voce di mia madre che mi rimproverava da molto lontano, ho mangiato la jocca direttamente dallo scatolo sgranocchiando il pane comodamente stravaccata sul mio divano.












