la stanza di Marlene

semplicemente (ancora unicamente) io
07 18th, 2010

quante volte da adolescente inquieta e incazzata ho urlato a mia madre – e io da grande avrò la colf -. aveva l’abitudine, lei casalinga che non ha mai lavorato in vita sua, di fare le pulizie generali della casa la domenica mattina, unico giorno della settimana in cui le sue due figlie non dovevano svegliarsi presto per adempiere agli obblighi scolastici. ci pensava lei a non farci poltrire e a riempire la nostra domenica mattina. massimo alle 9 tutti giù dal letto, senza poter nemmeno sperare lontanamente di uscire con le amiche per lo struscio in piazza della domenica mattina. l’unico giorno libero della nostra vita di studentesse si trasformava nelle prove generali della nostra vita da casalinghe. con conseguente annullamento della vita sociale. per vergogna inventavo scuse e accampavo giustificazioni (in un anno non si contavano più le malattie varie ed eventuali che avevano colpito il parentame, e a sentire le mie storie dovevo essere diventata esperta di sintomi e diagnosi, con davanti un radioso futuro da dottore). da adolescente sognavo una vita senza responsabilità iginiche del luogo in cui vivevo. in realtà da studentessa fuori-sede a convivente-ma-tanto-non-ci-sposiamo, le pulizie sono un impegno, un’abitudine, spesso un incubo. e ripenso a quando gridavo a mia madre – e io da grande avrò la colf -  e lei mi rispondeva – anche io lo dicevo a mia madre, e guarda un po’ il risultato – con la differenza che ora mia madre la colf l’ha presa per davvero. giustamente, cosa se ne faceva quando aveva delle braccia giovani da sfruttare?



cavoli a merenda

Author: Marlene
07 11th, 2010

per mia madre non ha mai avuto importanza la tenperatura esterna o se fosse giorno oppure notte: la merenda si mangiava fuori, sul balcone. anche solo una banana, chiudeva me e mia sorella sul balconcino della cucina e non si rientrava finchè non avevamo finito. quando abbiamo cambiato casa la cucina senza balcone ci ha costretto per anni a mangiare la brioches con la testa nel lavandino, attente a non far cadere nemmeno una briciola, facendomi rimpiangere anche il buio e freddo balconcino delle merende d’inverno alle 17 in piena pianura padana. quando cresciuta ho deciso che potevo anche fare a meno del rituale del lavandino, mia madre ha coniato la frase usata come mantra appena mi vedeva armeggiare in cucina: – e mitt’ nu zic è tavul – non aveva importanza se era un biscotto o avevo intenzione di affettare un intero chilo di pane e spalmarlo di nutella, era assolutamente vietato cibarsi senza mettere una tovaglietta sul tavolo in modo da recuperare tutte le briciole in un colpo solo. la forza di persuasione di mia madre mi ha talmente condizionata che non mangio mai senza apparecchiare quel “zico di tavola” della mia adolescenza.

ma a distanza di 15 anni senza di lei, dopo una sveglia all’alba, una mattinata passata insieme ai montatori delle porte nuove, una pulizia sommaria, dopo aver sistemato la tovaglietta, e incurante della voce di mia madre che mi rimproverava da molto lontano, ho mangiato la jocca direttamente dallo scatolo sgranocchiando il pane comodamente stravaccata sul mio divano.



grazie Francesco

Author: Marlene
07 5th, 2010

Francesco Guccini in concerto

e come sempre un po’ in ritardo lascio la parola ai ricordi



07 4th, 2010

More about La regina dei castelli di carta

il primo libro della saga mi è piaciuto talmente da decidere di leggere anche gli altri due. e vale la stessa regola per i libri quanto per i film: se il primo capitolo ha fatto il botto, quelli per arrivare al numero perfetto lasciali perdere. del secondo non ho scritto nulla anche perché in realtà l’ultima riga contiene un implicito …to be continued… e costringe a leggere l’ultimo.

il terzo capitolo stenta a decollare. sono arrivata alla metà che non ne potevo più di nomi difficili da leggere e luoghi che non ho mai sentito nominare in tutta la mia vita (e forse non sentirò mai più). si riprende sul finale (ovvero l’ultimo centinaio di pagine) o forse era solo il mio sollievo alla consapevolezza che stavo per ottenere le risposte che cercavo e in più stava finendo definitivamente. ho trovato un po’ esagerato il tutto: il complotto, le capacità del giornalista protagonista blomkvist, e molto inverosimile le capacità fisiche della protagonista lisbeth.
avrei dovuto fermarmi al primo libro. ne avrei conservato un ricordo migliore.



ho visto abbastanza città italiane per poter confessare che Verona non mi è piaciuta per niente.

contenta di averla visitata, che prima di criticare bisogna prima toccare, vedere, ascoltare, assaggiare. e non perchè manchi un bel centro storico. ammetto che l’arena ha un suo fascino: un vero anfiteatro romano sopravvissuto al tempo, alle guerre, ai piani regolatori, perfettamente funzionante. il ponte scaligero celebrato dagli storici come “l’opera più audace e mirabile del medioevo in Verona”, detto anche ponte di castelvecchio, su cui è ancora possibile passeggiare entrando nel magnifico castello medioevale, da cui il  nome del ponte. e l’abilità di creare un falso storico partendo dal romanzo di un illustre straniero, con tanto di negozi dedicati che attraggono migliaia di stranieri.

è solo che sono stata a spasso per il centro giusto un paio d’ore, giusto il tempo di finire di pranzare, fare una passeggiata, bere qualcosa di fresco, e tornare alla macchina, eppure sono riuscita ad assistere a due episodi che nemmeno nella ordinatissima e ligia Modena mi è mai capitato di vedere. al passaggio di un’auto di polizia a passo d’uomo sul ponte vecchio, un poliziotto ha intimato ad un ragazzo di tirare giù la maglia che aveva arrotolato sulla pancia, e dopo nemmeno mezz’ora la cameriera del bar in cui ci siamo accomodati ha chiesto alla nostra amica di sedersi meglio – perchè lei sarà anche comoda, ma noi dobbiamo lavorare -.

sorvolando sullo stato della periferia veronese, ho avuto l’impressione che l’ospitalità non è una delle caratteristiche di cui può vantarsi questa città. e l’arrivo della lega non deve aver migliorato le cose.